I paradossi del recupero crediti

Chi si occupa di recupero crediti in Italia inevitabilmente si imbatte in numerosi paradossi.

Il paradosso dei costi

Primo paradosso consiste nell’obbligo gravante sul creditore di fasi carico di ingenti costi per tentare di recuperare quanto il suo denaro.

Un’azienda che voglia tentare il recupero giudiziale di un credito di 1.200,00 € derivanti dall’inadempimento di un contratto dovrà pagare le seguenti tasse: 49,00 € contributo unificato, 27,00 € marca di iscrizione a ruolo, 11,64 marche da bollo per richiesta copie autentiche,  200,00 € imposta di registro sul decreto, 200,00 imposta di registro sul contratto. Totale: 487,64 € di tasse del giudizio.

Le tasse gravanti sull’azione di recupero ammontano precisamente al 40% dell’importo del credito da recuperare.

Oltre le tasse il creditore dovrà farsi carico del compenso dell’ufficiale giudiziario che non è propriamente una tassa, ma è pur sempre una somma che si deve pagare ad un soggetto pubblico che non opera in regime di concorrenza e delle spese di notifica, servizio ad oggi non ancora liberalizzato.

Gli importi di cui sopra ovviamente non sono comprensivi delle eventuali spese legali che gravano sempre sullo sventurato creditore.

Siccome il nostro ordinamento non prevede adeguate sanzioni penali per i soggetti che dolosamente non pagano i propri debiti (magari scremandosi dietro una società o un prestanome) il creditore rischia si sostenere tutte le spese sopra elencate senza recuperare il proprio credito.

Il paradosso del pignoramento

Ipotizziamo che un imprenditore debba recuperare un piccolo credito di 5.000,00 nei confronti di una grande società.

Ipotizziamo che la grande società non abbia liquidità sui propri conti, ma solo fidi bancari per un milione di euro.

Il nostro piccolo imprenditore effettua solleciti di pagamento senza esito.

A questo punto si rivolge ad una società di recupero crediti per tentare di sbloccare la situazione, ma anche l’agenzia di recupero crediti non ottiene risultati.

A questo punto, esauriti i tentativi di recupero crediti stragiudiziale non resta che avviare una procedura monitoria.

Il creditore a questo punto notificherà un decreto ingiuntivo, seguito da un atto di precetto, che farà da preludio (trascorsi 3 mesi) ad un pignoramento.

Ma cosa succederà quando l’imprenditore effettuerà un pignoramento presso terzi sul conto sul quale vi è un fido di un milione di euro?

Il creditore non prenderà un centesimo in quanto le somme messe a disposizione a titolo di fido dalla banca non sono pignorabili.

A questo punto il creditore proverà a richiedere il fallimento della grande impresa, ma la sua istanza verrà rigettata dal Giudice.

Secondo il nostro ordinamento, infatti, quando il suo credito non pagato è di importo inferiore a 30.000 € non si possono avviare procedure concorsuali.

Conclusioni

Il recupero crediti è l’immagine più nitida dei paradossi in cui è invischiato il nostro paese.

Un paese in cui chi deve tutelare i propri diritti diviene il bancomat di uno stato rapace e iniquo, mentre chi non paga i propri debiti viene agevolato da una miriade di cavilli legislativi, figli di un garantismo controproducente e fine a se stesso.

Uno Stato che non tutela il credito è uno stato malato, tutelare il credito significa tutelare il lavoro e la possibilità di fare impresa.

Un grande ciclo di riforme dovrebbe necessariamente partire dal settore del recupero crediti e dai paradossi che quotidianamente rovinano la vita di milioni di persone oneste.

 

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